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Duel - labile
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Anteprima: "Il cacciatore di aquiloni" di Marc Forster domenica, 27 gennaio 2008 :: 19:56Drachenläufer dello svizzero Marc Forster, regista che lavora a Hollywood di cui si sentirà ancora molto parlare nel futuro, ha vinto il premio del pubblico nell’edizione dell’anno scorso del Sundance Festival. A mio parere assai meritatamente.
Il film è ambientato in Afghanistan e ripercorre le tappe della sua storia più recente. A parte la bruciante attualità del tema, la storia dei personaggi – una trasposizione del romanzo omonimo The Kite Runner di Khaled Hosseini, ormai pubblicato in ben 40 paesi – è estremamente avvincente e toccante. Il protagonista scrive storie e il film è la sua storia personale.
Gli attori sono tutti molto convincenti e un merito particolare va alla fotografia: si dirà che in ambientazioni del genere è difficile sbagliare, personalmente credo che solo con grande bravura si possa rendere credibile e realistica qualsiasi ambientazione. Un film che purtroppo in Afghanistan non potrà essere proiettato, ma speriamo in Italia, prima che arrivino... i russi, i talebani – è lo stesso quali – o gli americani: l’uscita nelle sale è prevista per il 21.3.2008, non perdetelo!
post di Cinefilo rientrante nella categoria recensioni, cinema, films:: commenti :: permalink venerdì, 11 gennaio 2008 :: 22:47Buon anno, godetevi le visioni come un topo cuoco, rubandole al padrone nascosti sotto il suo cappello. Inizio dalla fine, perché è più semplice: recensione inattuale di Ratatouille. Un film per bambini, pieno di cose tanto serie, con una metafora del genio, una teoria del super – topo, una bella tirata anti geno – razzismo (il genoma umano e quello dei topi differiscono di non troppo, dicono). La metafora del genio: il topo nascosto sotto il cappello del cuoco bendato, ma forse anche una metafora del capitalismo: tutti possono cucinare = tutti possono diventare ricchi, se… Se accettano di uscire dalla topaia, se accettano di accogliere il topo: l'intelligenza di rataouille sta in questo sguardo da topo, attraverso i muri per raccontare la vita umana, un po' come un americano può guardare la cucina francese: dall'esterno, con tanta invidia, ma anche sapendo fin dall'inizio che deve giocare d'astuzia e di ingegno. E qui la cucina è forse metafora di civiltà, di un qualcosa di prezioso che però non è nel dna, ma sta nel modo di vivere e chiunque può imparare. Un bel dramma didattico, con buona pace di Brecht, ambientato fra topi, cipolle e scene da città proibita dentro una cucina assediata e benissimo governata. E topi sono anche gli informatici che fanno a meno, nascosti sotto il cappello di Disney, di attori, disegnatori, usandoli appunto solo come provvisoria incarnazione del loro disegno informatico, preciso, nitido, ibrido come non mai, né umano né digitale, semplicemente Pixar, perché chiunque può cucinare. Chiunque può essere felice, se… post di bl00m rientrante nella categoria :: commenti :: permalink ridley scott, con o senza aggettivi venerdì, 11 gennaio 2008 :: 15:13Non ricordo di aver mai sentito parlare di cinema scottiano allo stesso modo, o comunque con la stessa frequenza, in cui si sente parlare di cinema polanskiano, scorsesiano, tarantiniano, cronenberghiano, eccetera eccetera. Il nome di certi registi restano legati a un certo genere cinematografico, o a un certo tipo di atmosfere, altri no. Che poi se andiamo ad analizzare le filmografie dei registi "aggettivizzati" le troviamo spesso più eclettiche di quanto non si pensi, così come le filmografie dei "non-aggettivizzati" sono spesso più coerenti di quanto non sembri.
Di Ridley Scott ce ne sono almeno tre o quattro. C'è il Ridley Scott che ha rinnovato il cinema di fantascienza ibridandolo ora con l'horror ora con il noir, e che ha lasciato un segno indelebile nell'immaginario della nostra generazione e di quella dei nostri fratelli maggiori, con Alien e Blade Runner. E resterà sempre il Ridley Scott migliore, forse l'unico che vale la pena di inserire nei manuali di storia del cinema dei secoli futuri.
post di blutoblutarsky rientrante nella categoria recensioni, cinema, american gangster:: commenti :: permalink domenica, 30 dicembre 2007 :: 04:58Rimanere il silenzio per giorni e giorni, aspettando che qualcuno faccia attenzione, e che qualcuno possa, nel disperato tentativo di leggere se stesso, per caso leggere anche te. Questo è quello che si fa qui. Adesso alcune cose intasano la mia testa e non riesco proprio a trovare la spinta per recensire alcunchè: visioni salvifiche di fine anno: Chris Marker, La Jetée; leggendo Dubliners e scrivendo un saggio breve sulla parola razionalità per il dottorato. Di Dubliners: Joyce utilizza una lingua inglese pura nel midollo, non usa nemmeno una parola che derivi dal francese (la lingua dei colonizzatori dei parlanti di lingua inglese). Mi pubblicano un pezzulillo su un libro di carta, un vero libro, e io risulto con il nome: autori varii. In fondo il bl00m è il frutto di autori vari, non fa altro che l'editore di se stesso. Autori varii è questa persona: Irene Guida, pseudonimo: bl00m. Comunque è il luogo coerente per il bl00m. Dedico la mia prima pagina su un libro a una persona che a stento ho conosciuto, ma che associo a uno dei momenti più sensati della mia vita: a Ezio Alberione. Non so se continuerò tutto questo nè per quanto. post di bl00m rientrante nella categoria addii, autobiografie:: commenti :: permalink Un'altra giovinezza. Sprecata? domenica, 25 novembre 2007 :: 21:35Un film come Un'altra giovinezza meriterebbe di essere amato o detestato, senza mezzi termini. Obiettivamente, pero' è difficile schierarsi, tanto il film è un pot pourri di spunti intriganti, immagini di grande suggestione, momenti assolutamente inguardabili e inascoltabili e momenti semplicemente inclassificabili. Diciamo che è un film molto ambizioso. Mettiamola cosi'. E' stato bello provarci. Diciamo che parte benissimo, in modo misterioso, intrigante, originale, con una puntina di kitsch qua e la' ma tenuta sotto contollo, ma che a un certo punto deraglia totalmente, il kitsch deborda, e a mano a mano che deborda l'atmosfera si fa sempre più seriosa, e il contrasto a tratti genera addirittura il ridicolo involontario. L'idea di partenza è talmente astrusa da essere intrigante: un linguista che compie delle ricerche per scoprire la fonte del linguaggio, un progetto troppo ambizioso su cui ha speso tutta la sua vita senza riuscire a portarlo a termine, viene colpito da un fulmine che lo fa' ringiovanire e gli concede facoltà di apprendere fuori dal comune, qualche potere paranormale e un certo sdoppiamento della personalità, nonché l'incapacità di distinguere i suoi sogni erotici dalle reali grasse scopate che si fa con la sua avvenente vicina di stanza dell'ospedale, che poi tra l'altro si rivela essere un spia tedesca. Questa specie di super-secchione che parla da solo come un gollum qualsiasi si muove in un' Europa un po' magica un po' macchiettistica, tra nazisti da operetta che sembrano usciti dritti dritti da Indiana Jones se non addirittura da Martin Mystère, e a un certo punto incontra l'alter ego della donna che anni prima lo aveva abbandonato, alter ego che a sua volta si rivela incarnazione di Rupini, enigmatica figura della mitologia indiana... Il resto della trama, non meno delirante, vi lascio il piacere di scoprirla da soli. Con una trama del genere o viene fuori un capolavoro o una boiata micidiale. Oppure, come in questo caso, un film curioso, che lascia sbigottiti e che non si sa da che parte prendere. E qualche critico sostiene che ci sono tante implicazioni antropologiche e filosofiche che se non si conoscono a fondo ti portano a non apprezzare il film. Puo' darsi. L'impressione che mi sia sfuggito qualcosa, in effetti, continua ad assillarmi. Peo' mi sembra che ci siano delle ingenuità dal punto di vista squisitamente cinematografico che uno da Coppola non si aspetterebbe; e soprattutto, almeno allo stato attuale delle mie comptenze in materia di misticismo, reincarnazione, linguistica, antropologia e quant'altro, non riesco a togliermi l'impressione che alla fin fine il film non arrivi altro che a dire che il tempo passa inesorabilmente, che la vita non ti concede una seconda possibilità, e che anche se te la concedesse la sprecheresti, perché devi capire cio' che veramente è importante per te, e cercare di sfruttare al meglio il tempo che ti viene concesso. E non è la dozzinalità di una riflessione del genere che mi sconcerta; anche perché ogni riflessione risulta banale se ridotta all'osso; e non è neanche, in se' per se', il baraccone melodrammatico-kitsch-pseudofilosofico che Coppola mette in piedi, che mi sconcerta; quello che non riesco a capire è come Coppola abbia potuto pensare che le due cose potessero convivere in uno stesso film; come possa credere che l'una illustri e giustifichi l'altra in maniera convincente e appassionante. Se alla fine dei conti salvo qualcosa, salvo, ma come due parti distinte che si dividono malissimo lo stesso spazio, lo spunto narrativo in quanto tale (e sono curioso di leggermi il romanzo da cui il film è tratto) e l'anarchia stilistica fuori controllo della messinscena. Il sottile fascino del pastrocchio... post di blutoblutarsky rientrante nella categoria recensioni, cinema:: commenti :: permalink perché a volte il film è migliore del fumetto sabato, 17 novembre 2007 :: 14:30Che il libro sia sempre migliore del film è un luogo comune che accomuna tanto chi sta sempre col naso sui libri e giudica i film con gli stessi parametri con cui si giudica un romanzo (niente di male, per carità) quanto chi non si avvicina a un oggetto cubico fatto di fogli rilegati e tenuti insieme da un foglio di cartoncino più o meno rigido neanche sotto minaccia di morte. Il dialogo tipico che potreste avere con un esemplare di questa seconda categoria è il seguente: Lui: " Che bello quel film" Voi: " E' vero; ma il libro è un capolavoro. Leggilo se ti capita". Lui: " Oh, ma il libro è sempre più bello del film." Che tradotto significa: non mi rompere le scatole, mi accontento del film, che spreco meno tempo e faccio meno fatica. Tutto questo discorso dovrebbe valere anche per i film tratti dai fumetti. Certo, magari con la complicazione che cinema e fumetto sono due forme d'espressione artistica in larga parte visiva, ma che si rapportano al campo dell'espressione visiva con modalità molto diverse. All'atto pratico, pero', escludendo alcuni film sui supereroi (che sono un discorso a parte in quanto non sono tratti da una storia a fumetti, ma ne rielaborano diverse se non addirittura si basano su sceneggiature realizzate appositamente, quindi quello che viene portato sullo schermo più che il fumetto è il personaggio di cui il fumetto è protagonista), non mi era ancora capitato di vedere un film che non sminuisse le potenzialità di una storia a fumetti. Ho visto film orrendi tratti da capolavori (300), film cosi' cosi' tratti da capolavori (Sin City), al limite un film discreto tratto da un capolavoro (V per Vendetta). Praticamente mai, se non a mia insaputa, un film che rivaleggiasse davvero con la storia a fumetti da cui è tratto (Tengo a precisare pero' che non ho ancora letto Old Boy). Tant'è che stavo per arrendermi e coniare un nuovo luogo comune: il fumetto è sempre migliore del film. Poi pero' ho letto History of Violence; da cui Cronenberg (sempre sia lodato) ha tratto l'omonimo film. Interessante dal punto di vista grafico e accattivante per ritmo narrativo, History of Violence ha secondo me tre gravi difetti che ne guastano la buona riuscita: - racconta il passato del protagonista, e lo racconta in un modo che rende assolutamente inverosimile tutto quello che il protagonista fa. - non ha il coraggio delle situazioni che mette in scena: il protagonista non fa che ripetere quanto non avrebbe voluto diventare un gangster, cosi' come ora non vorrebbe farsi giustizia da solo, ma sai, i casi della vita, aiutati che Dio ti aiuta, e via giustificando. Chiudi quella bocca, ammazza chi devi amazzare e lasciati giudicare dal lettore, per favore. - Scade in un finale gore-grottesco, assolutamente gratuito, fine a se stesso e incongruente con l'atmosfera del resto della storia, che ricorda il peggior Garth Ennis (quello di The Preacher, per intenderci; e qui so già che mi faro' un sacco di nemici...) Da questo fumetto Cronenberg ha tratto un film eccezionale, secco e brutale, dove, non sapendo nulla del passato del protagonista tutte le sue azioni diventano ambigue e verosimili; dove il giudizio morale di quello che succede è lasciato allo spettatore; dove la violenza è ben gestita e ben calibrata. Cronenberg ha semplicemente usato una storia a fumetti nel modo in cui di solito si usano i romanzi: li si prende come spunto per fare qualcosa di diverso: un film. Un film vero. Tanto di cappello. post di blutoblutarsky rientrante nella categoria cinema e fumetto:: commenti :: permalink giovedì, 15 novembre 2007 :: 18:26Sembra di vedere Inseparabili, invece è un film di gangster. Mafia russa, per la precisione, importata a Londra. Più ancora che in History of Violence, pure un gioiellino per la sua secca brutalità, stavolta a Cronenberg riesce una perfetta fusione tra lo stile, le atmosfere, le tematiche del noir, e lo stile, le atmosfere, le tematiche tipiche del suo cinema. Basta spostare leggermente il punto di vista. O forse il punto di fuga. Quando la tematica portante del tuo cinema è il corpo (mente compresa, perché ovviamente ne è parte inscindibile), inteso come punto di partenza e punto di arrivo del rapporto tra l'individuo e la realtà, puoi partire da metafore orrorifico-fantascientifiche, slittare dolcemente nei meandri del dramma psicologico, e sfociare, sia pure a sorpresa, in un mondo dove la vendetta, l'affiliazione criminale, il commercio, tutto passa attraverso il corpo: delitti cruenti, commercializzazione del sesso, prove di virilità, legami di sangue; tutto un mondo marcio e purulento in cui l'ambiguo protagonista maschile, dal corpo ricoperto di tatuaggi che incidono indelebilmente sulla sua pelle la sua storia e ne condizionano il futuro, si muove in maniera a dir poco enigmatica; e con cui la protagonista femminile entra in contatto un po' per caso un po' per testardaggine, ma soprattutto spinta da un istinto materno sviluppato nei confronti di una neonata rimasta senza madre; e non è difficile capire come il fatto di avere in passato subito un aborto spontaneo contribuisca allo svilupparsi di questo legame affettivo. Il corpo segna il destino, che a sua volta segna il corpo. E lo stile di Cronenberg col tempo è diventato talmente raffinato da permeare a priori, quasi endemicamente, tutto quello che filma. Anche perché c'è un filo rosso che scorre sottopelle e lega tutti i suoi film tra loro: il melodramma, altro genere inevitabilmente legato alla fisicità, all'attrazione che non puo' non passare attraverso il corpo, metafora, simbolo, concretizzazione di ogni emozione, di ogni moto dell'anima. Ma non vorrei spaventare nessuno: Eastern Promises è anche uno dei film più macabri e cruenti dell'ultimo Cronenberg. Poca violenza, ma di quella che ti prende le viscere e te le attanaglia. Ed è anche, a modo suo, col suo ritmo lento, minaccioso, angosciante, una perfetta macchina di suspense. Entusiasmante. Non di primo acchitto. Va lasciato un attimo sedimentare. Come tutti i film di Cronenberg.
P.s. Visto in lingua originale con sottotitoli francesi (una faticaccia..). Non so quando uscirà in Italia. Spero presto. E spero senza censure (non si sa mai). post di blutoblutarsky rientrante nella categoria recensioni, cinema:: commenti :: permalink sabato, 03 novembre 2007 :: 19:56ixième: le journal d'un prisonnier Pardo d'oro video Locarno 2003, dvd Luglio 2007 Senza storia Il diario di un prigioniero a domicilio è il diario di un idiota, nel senso letterale del termine: senza nessun rapporto con l'esterno, isolato e solo. Questo diario è il diario non di una storia personale sullo sfondo di una storia collettiva, ma il diario, senza giorni infine, di un ipotetico condannato a una nuova forma di pena sperimentale: la detenzione a domicilio con privazione graduale della libertà e reinserimento sociale misurato. Gli vengono forniti dal direttore del carcere, per monitorare l'andamento della pena, una video camera, una connessione adsl flat, una web cam e un televisore. La detenzione a domicilio non è tanto diversa dalla libertà comune. post di bl00m rientrante nella categoria visioni, video arte, locarno 2007:: commenti :: permalink venerdì, 02 novembre 2007 :: 10:50Marx a favore di camera Lasciandosi alle spalle il buio della sala in cui si è appena assistito alla proiezione de Le ragioni dell’aragosta, la domanda che - timidamente - rischia di assalire lo spettatore è: “di cosa parla esattamente questo film?” Sabina Guzzanti decide di coinvolgere il cast di Avanzi (gettonata trasmissione di satira televisiva in voga all’inizio degli anni ‘90) nell’allestimento di un improbabile spettacolo teatrale a sostegno della causa di alcuni pescatori sardi, preoccupati dall’imminente estinzione delle aragoste e dal conseguente pericolo di rimanere disoccupati. Stefano Masciarelli, Antonello Fassari, Francesca Reggiani, Cinzia Leone, e chi più ne ha più ne metta, trovano ospitalità a Su Pallosu (paesino in provincia di Cagliari) dove si è rifugiato Pierfrancesco Loche, altro componente della banda di Avanzi nonché comico caduto in disgrazia e convertitosi alla batteria. Lì faranno la conoscenza di Gianni Usai, ex operaio della Fiat e sindacalista di punta nelle lotte degli anni ’80, adesso pescatore, con il quale inizieranno a lavorare all’evento la cui realizzazione, concepita frettolosamente, si rivelerà più difficile del previsto, senza risparmiarci il colpo di scena finale. Accompagnato da una voice over invadente, che rende prevedibile - oltre che interpretabile a discrezione del narratore - ogni singolo evento, la pellicola (tecnicamente, making of di uno spettacolo teatrale più che documentario) alterna le vicissitudini dei protagonisti ad immagini di repertorio, contornate furbescamente da siparietti più o meno comici sul contesto socio-politico attuale, presentati come sketch da inserire nello spettacolo in programma. Proprio il modo in cui il film si cimenta su questioni di rilevanza sociale rappresenta, in primo luogo, un punto negativo: se spesso gli argomenti sono approcciati in modo superficiale dopo aver usato qualche frase di sicuro effetto sul pubblico; in altre occasioni assistiamo a dichiarazioni che, presentate quasi come se ci fossero rivelate da un oracolo, fanno sorridere per la loro scontatezza e/o inutilità. E così i fatti, che nel toccante Viva Zapatero avevano avuto un loro senso ed una loro continuità funzionalizzata alla denuncia, ne Le ragioni dell’aragosta non riescono ad assumere una forma diversa da quella dei diktat che ci tocca sentire nei talk-show del primo pomeriggio; mentre i continui, dirompenti e compiacenti riferimenti politici - pur condivisibili da parte dallo spettatore - finiscono col diventare esclusivamente mezzo di auto-propaganda, rendendo la faccenda abbastanza avvilente. Ma la cosa che più infastidisce durante la visione, è accorgersi man mano di avere a che fare con un film in cui tutto - ideali politici, sentimenti, dignità - è sacrificato alla riuscita dello spettacolo nel senso più becero del termine (si prendano ad esempio il pietoso tentativo di fare comicità sul confronto tra il vero e il falso operaio, rispettivamente Usai e Masciarelli in uno dei suoi cavalli di battaglia, o l’imbarazzante monologo di Cinzia Leone), e dove la rappresentazione dei processi creativi dell’arte è ben distante dall’essere arte a sua volta. In compenso, l’atteggiamento verso le posizioni di Loche ed Usai (le due figure più autentiche e “crepuscolari” del film) è il segno tangibile della sottovalutazione e dell’assenza di una qualsiasi forma di rispetto nei confronti dei valori, delle scelte e delle battaglie altrui. Avvilente è anche rendersi conto, nella valutazione del dichiarato “realismo” della pellicola, che dietro l’autenticità (o presunta tale) di ogni scena d’effetto c’è sempre l’occhio della camera pronto a riprendere il tutto. Qualcuno ha giustamente evidenziato come Le ragioni dell’aragosta sia “un bilancio della vita di un’artista, mascherato dal desiderio di ricordare di analizzare e far risorgere la gloriosa satira italiana e la gioventù di un gruppo che pensava di cambiare il mondo”; ebbene: pur facendo finta di non cogliere la totale autoreferenzialità, dominante lungo tutto l’arco dei 90’ che compongono il film; non si può fare a meno di constatare paradossalmente che l’unico messaggio degno di nota messo in evidenza (sono le aragoste o, in verità, è la satira che si sta estinguendo) rischia di ritorcersi contro l’autrice, dal momento che, se questi ne è la rappresentazione vivente, non ci resterà che prendere atto della circostanza che la satira non sta scomparendo, ma è definitivamente morta. La sensazione principale all’uscita è di spaesamento, di confusione, di generale insoddisfazione. Farebbe bene, la Guzzanti, a preoccuparsi - più che della riuscita dello spettacolo teatrale - di quella del suo film che, guardandosi bene dal farsi considerare cinema, si può qualificare più legittimamente come televisione portata nelle sale. La frase: - “Si può dire stronzo secondo te?” - “Sì, a teatro si può dire.” Voto: 3 post di CesareBlanc rientrante nella categoria cinema, films:: commenti (5) :: permalink usare la propria libertà per promuovere quella altrui lunedì, 01 ottobre 2007 :: 20:25http://www.politichecomunitarie.it/comunicazione/15463/lettera-aperta-a-suu-kyi tutto da capire: quanta paura può avere un regime militare dei blog, delle immagini che la repressione produce, ma ancora di più dei discorsi: in Birmania internet viene censurato; su You Tube continua a esserci di tutto, un regime totalitario che censuri le immagini della repressione non è più possibile. Vorrà anche dire che non sarà più possibile alcuna repressione? http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2074778 post di bl00m rientrante nella categoria :: commenti :: permalink |